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La tristezza porta via ogni energia come il vento fa con le foglie in autunno, i pensieri si fermano, immobili.

Delle tante parole che di solito affollano la mente non ne rimane più nessuna, lo sguardo è fisso, non vede, le labbra colano in giù come vernice buttata su un muro.

Può scendere una lacrima come pioggia su un vetro, ma questo è già un timido saluto alla tristezza.

Il pianto è un’apertura nella roccia dalla quale può fluire l’emozione, l’energia.

Siamo abituati a vederlo come un fallimento, una dichiarazione di resa nella guerra tra l’IO e il nostro SUPER IO, ma è l’inizio della vittoria.

Nella lotta consumata dentro di noi chi ha ragione non conta, perché la sconfitta di uno è il buio per tutti.

Si può essere nemici di sé stessi?

La risposta è che lo si è molto più di frequente di quanto si pensi, ci si sabota, ci si rema contro.

Ma perché?

Per salvare chi si è amato fin dall’inizio della nostra esistenza, quando nel minuscolo cuore che batte nel nostro petto c’è così tanto desiderio di esistere che l’essere riconosciuti come vivi e presenti è l’unica cosa che conta davvero.

Per un neonato essere oggetto d’amore e cure significa sopravvivere e il nostro istinto sa bene che questo è l’obiettivo biologico della nostra venuta sulla terra.

In quest’ottica salvare il pensiero genitoriale, anche quando è stato denigratorio nei nostri confronti è per noi vitale.

E così ci ritroviamo a salvare tutti quei “non sei abbastanza”, “Lui/Lei è più bravo e degno d’amore di te”, quelle parole non pronunciate ma non per questo trasmesse meno intensamente, dalle quali ci sentiamo schiacciati, bloccati.

Sembra una contraddizione in termini fare nostro un pensiero negativo su di noi per sopravvivere eppure solo se riteniamo che mamma e papà avevano ragione possiamo pensare che qualcuno ci ha amato.

La principessa Rapunzel non può credere che Madre Gotel l’abbia rinchiusa dentro la torre per i suoi fini personali, lei deve crede che le vessazioni della strega abbiano un senso, ossia l’amore, il senso di protezione della “madre” nei suoi confronti.

Allora cosa permette a Rapunzel di uscire dal vortice di tristezza in cui la madre l’ha rinchiusa?

IL SOGNO.

Rapunzel vuole realizzare un SOGNO, vedere le lanterne fluttuanti che ogni anno, in occasione del suo compleanno volano alte nel cielo, anche se non ha idea di cosa siano lei sente che illuminano la notte SOLO per lei e vuole vederle da vicino almeno una volta nella sua vita.

Per uscire dalla nostra torre “della TRISTEZZA”, dal senso di insoddisfazione, allora, ci è necessario un SOGNO, ma questo potrebbe non bastare.

È indispensabile l’energia necessaria per PERSEGUIRE il sogno…e Rapunzel la troverà in Eugene Fitzherbert, meglio conosciuto come Flynn Rider.

Dunque…abbiamo bisogno di un principe/ principessa che ci faccia fuggire dalla torre della tristezza?

Credo di più che abbiamo bisogno della presenza di un genitore identificato come oggetto di desiderio per sfuggire all’interdipendenza di un genitore percepito come antagonista, nel quale, quindi, ci identifichiamo.

Questo è il ruolo di Eugene, ma sarà davvero lui a strappare Rapunzel dalle grinfie della strega, sarà lui a donarle la libertà?

Non esattamente. Lui spezzerà il legame tra le due donne, tagliando il cordone ombelicale rappresentato dai capelli magici della principessa, questo è vero, ma, la forza di ribellarsi Rapunzel la troverà nella CONSAPEVOLEZZA.

Infatti, Madre Gotel ingannerà la giovane facendole credere che il suo nuovo sogno, il suo principe azzurro, in realtà non prova alcun sentimento nei suoi confronti, aprendo così la strada alla percezione da parte di Rapunzel di aver vissuto un sogno infranto e, di conseguenza, al fallimento del suo atto di ribellione (l’essere fuggita dalla torre contro il volere materno).

La principessa tornerà nella torre senza più alcuna forza per andare avanti, come un corpo, ma senza il cuore.

Ad un tratto, come se nel buio di un’eclissi la luna si fosse mano a mano spostata, lasciando spazio all’intensità luminosa del sole e tutto le fosse chiaro, Rapunzel collega i pezzi mancanti del suo puzzle.

L’Inconscio e la Coscienza si allineano e il sapere di uno corona il sapere dell’altro per dare vita alla Verità.

La CONSAPEVOLEZZA di essere stata cresciuta da una donna egoista, che le ha precluso la possibilità di vivere per non morire lei stessa e quella di avere dei genitori che l’hanno amata, anche se per poco.

Anche se lei li ha potuti vivere meno di quanto avrebbe voluto, però, ci sono stati e forse ci sono ancora.

La tristezza si tramuta in rabbia, l’energia in down diventa in up, ora può staccarsi davvero da ciò che è deleterio per la sua libertà e abbracciare il passato felice, andando incontro a tale passato rappresentato dai genitori in perenne attesa di ritrovarla e al futuro con il suo “NUOVO SOGNO” Eugene.

Ora l’onda delle emozioni, salita al massimo della propria potenzialità, può riscendere verso il bagnasciuga e ricominciare da capo, come nell’incessante movimento del mare, sempre vivo, alle volte in tempesta, altre quasi immobile nel suo continuo mutare.

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La TRISTEZZA è una delle tante emozioni che siamo in grado di provare e quando bussa alla nostra porta non lo fa mai per caso, magari come per la nostra Rapunzel ha lo scopo di far spostare la luna dal sole e permetterci di vedere, grazie alla luce, la Realtà per quella che semplicemente è, aprendo la fessura nella roccia affinchè le emozioni ricomincino a fluire liberamente.

Non siamo stati sempre amati incondizionatamente e questo ci ha provocato rabbia, tristezza, paura, forse perfino disgusto, ma alle volte siamo stati amati senza SE e senza MA ed è questo pensiero che permette alla tristezza di lasciarci per fare spazio alla GIOIA.

Forse uno degli esempi più esplicativi di questa altalena nella percezione dell’amore genitoriale ce la fornisce la scrittrice Elena Ferrante nel libro “Il nuovo Cognome” facente parte della saga de “L’Amica Geniale”.

Lenù, protagonista della saga insieme a Lila, ha un rapporto difficile con la madre che nei suoi confronti nutre sentimenti fortemente ambivalenti.

Sono molti i passi che la Ferrante dedica ai comportamenti aggressivi e denigratori della mamma nei confronti di Lenù, ma quasi ognuno di questi di contro nasconde un gesto d’amore e Lenù vi si attaccherà con tutte le sue forze ogni volta che avrà bisogno di centrare sé stessa. Alle volte può sembrare che si faccia trascinare dagli eventi senza mettere del suo nella vita che scorre, ma non è così. Elena (Lenù) quasi senza volerlo andrà sempre verso il bene per sé stessa cosi come sua madre quasi senza volerlo le dimostrerà sempre che dietro l’apparente disprezzo c’è l’amore più profondo.

Siamo liberi di legarci alle tante mancanze affettive vissute oppure di attaccarci saldamente a quell’amore ricevuto e da questo costruire una percezione di noi stessi come degni d’amore, ritrovando l’energia per perseguire i nostri SOGNI e come dice Stefano Benemeglio, raggiungere cosi la felicità.

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Tania Zozzaro
ANALOGICAMENTE | Il Blog della Lettura Analogica | a cura di Tania Zozzaro

Sono un’Analogista! Ovvero una professionista delle Discipline Analogiche. Sono di Roma e lavoro per l’UPDA! Ho iniziato il mio studio delle Discipline Analogiche nel 2007. Le Discipline Analogiche ci permettono di conoscere noi stessi e gli altri attraverso il magnifico e complesso mondo delle emozioni.
Da allora non le ho più abbandonate, ma la mia passione per la motivazione, per il comportamento umano, per le emozioni, per la comunicazione e per le discipline olistiche cresce ogni giorno di più. Per questo ho creato e gestisco il blog Analogicamente.
Il blog di lettura in chiave analogica, si prefissa l’obiettivo di migliorare la qualità della vita dei lettori grazie agli spunti e alle riflessioni contenute nei miei articoli. Sarà proprio attraverso gli articoli che analizzerò tutto ciò che è rimandabile alle dinamiche emotive del comportamento umano.

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